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16 alimenti che aiutano a bilanciare i nostri ormoni

La nostra pelle del viso è particolarmente esposta e soggetta ai danni che è subito evidente, ma non sono solo i fattori esterni come le radiazioni UV e l’inquinamento a danneggiare la nostra pelle . Anche quello che mangiamo influenza il nostro equilibrio ormonale , causa l’acne , e crea o migliorare l’infiammazione della pelle e poco alla volta invecchia la pelle. Gli ormoni nel nostro corpo ha un ruolo molto importante, il nostro corpo si basa sugli ormoni per funzionare correttamente . Dato che sono così importanti per noi, per funzionare correttamente , la loro mancanza fa sì che i nostri corpi iniziamo a smettere di funzionare. Come possiamo bilanciare gli ormoni del nostro corpo grazie all’alimentazione?

Quindi, diamo uno sguardo alle migliori 16 alimenti per bilanciare gli ormoni:

Olio di cocco – . L’olio di cocco è sicuramente uno degli alimenti più efficaci per iniziare a riequilibrare il nostro organismo e a ottenere benefici sulla pelle. Questo olio fornisce al vostro corpo gli elementi essenziali per la produzione di ormoni . Gli studi hanno dimostrato che le popolazioni che hanno una dieta ricca di noci di cocco sono tra le persone più sane e più giovani al mondo. Per esempio gli isolani Tokelauani del Sud Pacifico.Il miglior modo per inserirlo nella nostra alimentazione è di utilizzarlo a crudo.

Mandorle – Mandorle sono ricche di vitamina E, che aiuta a migliorare l’aspetto e la condizione della vostra pelle ; ma anche di aiutare a proteggere la pelle dai dannosi raggi UV del sole . Esse contengono anche zinco , che bilancia il vostro umore . I volontari che hanno consumato 14 milligrammi di vitamina al giorno (circa 20 mandorle) e poi sono stati esposti ai raggi UV , si sono bruciati meno di quelli che non le hanno consumate. La vitamina E è conosciuta anche per essere un antiossidante che mantiene le arterie pulite dall’effetto dei dannosi radicali liberi .

3 Uova – Le uova hanno dimostrato di aumentare i livelli di colesterolo HDL. Questo tipo di colesterolo è d’aiuto per il bilanciamento degli ormoni . Le uova sono anche una fantastica fonte di proteine,ricche di vitamine, colina , luteina , e iodio , che sono importanti per le mantenere una pelle sana.

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4 Alimenti integrali – Alimenti ricchi di vitamine del gruppo B che promuovono la produzione di cellule , rendendo così la vostra pelle più radiosa, e controllano i livelli della serotonina, l’ormone legato anche all’umore.

Acqua di cocco – Dicono che il modo più efficace per idratare è partire dall’interno, quest’acqua è ricca di antiossidanti che aiutano a mantenere lontani i radicali liberi.

Curcuma – La curcuma è nota per i benefici legati agli ormoni sessuali maschili e femminili.

Broccoli –  Favoriscono l’equilibrio ormonale del nostro corpo, ricchi di vitamina C e vitamina E, aiutano nella produzione di collagene e nella protezione dai raggi UV.

Acqua – L’acqua è essenziale per la salute del vostro corpo . Ogni cellula del nostro corpo ha bisogno di acqua per rimanere sana, si parla di 8 bicchieri al giorno.

9 Arance –  Le arance hanno un alto contenuto di vitamina C necessario per creare collagene e ​​aiutare a fermare i radicali liberi.

10 Avocado – Alimento idratante, gli omega 9  aiutano a riparare le cellule danneggiate della pelle e calma gli arrossamenti e le irritazione . Ricco di fibre, potassio , magnesio , acido folico e vitamina E , C e B, tutti necessari a mantenere l’equilibrio ormonale nel corpo .

11 Verdure a foglia verde – Le verdure a foglia verde scuro come broccoli e spinaci hanno tanti antiossidanti anti-invecchiamento e alti livelli di luteina , che idrata la pelle e migliora l’elasticità .

12. Aglio – L’aglio contiene allicina , che aiuta a uccidere i batteri e virus nocivi nel vostro corpo , tra cui l’acne e altre infezioni della pelle .

13 Cioccolato fondente – Il cioccolato fondente idrata la pelle , riducendo arrossamento e rugosità . I flavonoli del cacao aiutano contro la stanchezza e gli effetti dell’invecchiamento .Oltre a questo riduce gli ormoni dello stress.

14 Kiwi – Un frutto ricchissimo di vitamina C, potassio e ottimo antiossidante.

15 Tè verde -Questa bevanda calmante è ricca di antiossidanti , e gli studi hanno rivelato che i composti polifenolici nel tè verde sono anti-infiammatori e aiutano nella lotta contro i tumori della pelle.

16 Noci – . C’è una ragione per cui le noci hanno la forma del cervello,  perché sono legate alla memoria, e vengono definite il cibo per la mente. Basta mangiarne un quarto di tazza che aumentiamo i livelli di melatonina e serotonina . Questi due neurotrasmettitori sono collegati all’ umore ,al  sonno e alle funzioni cognitive . In aggiunta a questo , le noci sono ricche di vitamine del gruppo B che aiutano ad avere una pelle più liscia, capelli più lucidi , occhi luminosi , e le ossa più forti.

http://ambientebio.it/16-alimenti-che-aiutano-a-bilanciare-i-nostri-ormoni/


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Crema Budwig: come si prepara e i benefici

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La crema Budwig, resa nota dalla dottoressa Kousmine nell’ambito di un regime alimentare naturale da lei ideato (metodo Kousmine), è ormai rinomatamente apprezzata come una delle colazioni più complete dal punto di vista nutrizionale. Come vedremo tra poco, infatti, si tratta di un’eccellente combinazione di ingredienti che insieme possono fornire al nostro organismo tutto quello di cui ha bisogno in particolare di prima mattina per affrontare la giornata con una buona dose di energia.

Preparare questa crema è molto semplice e veloce, ma è importante che tutti gli ingredientivengano utilizzati freschi e macinati al momentoper mantenere meglio le proprietà. Sconsigliato quindi preparare quantitativi più grandi di crema Budwig e conservarla poi in frigorifero per i giorni a venire.

INGREDIENTI

2 cucchiaini di semi oleosi (zucca, girasole, noci, mandorle, nocciole, ecc.)

2 cucchiaini di olio di semi di lino (o un cucchiaino e mezzo di semi di lino)

1 cucchiaio di cereali integrali (crudi e macinati freschi)

2 cucchiai di yogurt o di ricotta (in alternativa tofu per i vegani)

½ limone (succo)

1 (o mezza) banana matura o un cucchiaino di miele

frutto di stagione (o un mix di differenti frutti, circa 100 grammi)

Tenete presente che i quantitativi possono leggermente variare in base alla costituzione della persona e al suo appetito.

PREPARAZIONE

Per preparare questa crema è necessario avere un macinacaffè o un più moderno mixer adatto a triturare semi anche molto resistenti come quelli di lino. Con questo strumento bisogna macinare finemente semi oleosi e cereali integrali (meglio evitare il frumento che può essere allergizzante utilizzando invece avena, riso, orzo o grano saraceno). A parte si possono frullare gli altri ingredienti (la frutta può essere aggiunta anche a pezzi successivamente) fino a quando non si ottiene una crema omogenea. A questo punto si unisce insieme il tutto e si mangia subito in modo da ottenere, come già detto, il massimo dei benefici da questa preparazione che può essere accompagnata ad esempio da una buona tazza di té verde.

Esistono diverse varianti della crema Budwig e alternando la frutta di stagione, i semi oleosi e i cereali, non vi annoierete mai. Tra l’altro si può fare anche in versione salata, utilizzando al posto della frutta della verdura (sempre di stagione!).

I BENEFICI

Il più grande beneficio che offre la crema Budwig è senza dubbio il fatto di essere completa a livello nutrizionale. In questa combinazione di ingredienti troviamo tutto quello di cui il nostro organismo ha bisogno per funzionare al meglio: omega 3 e 6 (nei semi oleosi e nell’olio di lino), proteine (ricotta, yogurt o tofu), sali minerali e fibre (banana e altra frutta), carboidrati a lento rilascio (cereali integrali) e vitamine (succo di limone e frutta).

Chi ha sperimentato questa colazione sa che uno dei grandi vantaggi che offre è il fatto di saziare abbondantemente per tutta la mattinata permettendo così di arrivare all’ora di pranzo senza avere cali di energia.

Non vi resta che provare. Se non siete abituati a fare una colazione abbondante inziate con un quantitativo minore per abituare il vostro apparato digerente a lavorare bene anche di prima mattina.


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Foodsharing: a Torino non si butta via niente

É da diversi anni attivo in Germania, e in particolare a Berlino, una fitta rete di scambio e recupero del cibo altrimenti destinato alla pattumiera: si chiama Foodsharing. Ci sono poi realtà più o meno organizzate e diffuse anche nel resto del mondo, ma quella della Germania è senz’altro al momento la più significativa.

Foodsharing

Anche a Torino da diversi mesi ci si è attivati in tal senso: tutto è nato da un lavoro di “spionaggio” dei cassonetti in quartiere Vanchiglia, rendendosi conto dell’immensa quantità di cibo buttato insieme ai rifiuti indifferenziabili.

Da quel momento la consapevolezza si è affiancata all’azione: si è iniziato ad andare dai piccoli esercenti e dai supermarket di quartiere, per capire le motivazioni di tale spreco. Con loro si è provato a capire come fare per allungare la vita dello scarto alimentare, facendolo ritornare alimento.

Un piccolo gruppetto di ragazzi, sempre in crescita, ha iniziato a organizzarsi nel quartiere, coinvolgendo sempre più esercenti, compresi quelli del mercato, fissandosi giorni e ore di ritiro del materiale, con il successivo eventuale reindirizzamento ad altre persone e la trasformazione in pietanze prelibate.

Si sono organizzati (e si continuano a organizzare) pranzi e cene a costo zero, attivando anche vicini di casa e parenti. Si sono raccolte idee, ricette e spunti per un utilizzo ottimale di tutto il “raccolto”: un vero e proprio “social network”, nel senso positivo e produttivo del termine.

Dal quartiere alla città il passo è stato breve: il gruppo si sta allargando, e coinvolge persone di qualsiasi età, provenienza e ceto sociale, sparse in quasi tutti i quartieri della città.

Foodsharing 3Molte delle persone coinvolte non si sono semplicemente rese disponibili al ritiro, smistamento e trasformazione del cibo, ma hanno anche offerto il loro stesso cibo: c’è chi si accorge di avere una fetta di formaggio in frigo da troppo tempo, o chi offre i frutti del proprio orto o giardino, a patto che qualcuno venga ad aiutare nel raccolto.

Da questa confluenza di diverse teste e cuori si è capito che ognuno di noi ha un diverso concetto di spreco, una differenza non soltanto quantitativa (c’è chi vede una grande differenza tra buttare una buccia di patata e buttare un’intero pacco di farina, o di pasta) ma anche e soprattutto qualitativa: sprecare il cibo vuole dire anche sprecare energia, risorse, acqua e… denaro.

Ma per il contadino è uno spreco di energia anche il ricaricare sul furgone la cassetta di mele mezze marce, per riportarla a casa e non poterla più vendere: con il Foodsharing, oltre a limitare il nostro impatto ambientale, si solleva il contadino di questo peso. Senza contare che anche il nostro portafoglio respira un po’ di più.

Per chi volesse unirsi, è attiva una pagina Facebook, nella quale ci si può confrontare, raccogliere esperienze, e capire come e dove si può agire.

http://www.serr2014.it/2014/12/15/foodsharing-a-torino-non-si-butta-via-niente/


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Why I am not vegetarian

Why I am Not Vegetarian: A Homesteader’s Perspective.

Lets start with this.  If I couldn’t raise my own meat or source it locally and sustainably I would be vegetarian.

Why I am Not Vegetarian

I have been attacked many a time by readers who say I can’t claim to be “green” when I eat meat.  Hold it right there.  Since when does the definition of being green have anything to do with eating meat?  I found a good definition of green:

What is the definition of green livingGreen living is a lifestyle which seeks to bring into balance the conservation and preservation of the Earth’s natural resources, habitats, and biodiversity with human culture and communities.
-sustainablebabysteps.com

Does it say anywhere in there that green means not eating meat?  It does not.  That said, I don’t actually like the term “green” anymore… it doesn’t seem deep enough, or meaningful enough.  Anyone can recycle their garbage and use safer cleaning products and be considered “green”.  And really, is that actually very green?  Or is that just our everyday responsibility in today’s world?  Lets go deeper, and get far beyond green-washed consumerism.   I prefer the term “sustainable living”.  And I also like Wikipedia’s definition of it.

Sustainable living is a lifestyle that attempts to reduce an individual‘s or society‘s use of the Earth‘s natural resources and personal resources.[1] Practitioners of sustainable living often attempt to reduce their carbon footprint by altering methods of transportation, energy consumption, and diet.[2] Proponents of sustainable living aim to conduct their lives in ways that are consistent with sustainability, in natural balance and respectful of humanity’s symbiotic relationship with the Earth’s natural ecology and cycles.

That’s a loaded definition and one worth working towards.  It also, incidentally, does not say anything about being vegetarian.

As many of you already know, and the rest of you now know, my aim is to grow food to supply my family with most of the food we need for a year. ON MY PROPERTY here in Canada.  Not from California or Mexico or Peru.  Right here, were I can see what is going into it, how it is handled, and how it is prepared or preserved.  I fall short of that year after year, but come closer every year.  The last year we have had more than enough meat to eat, produced right here on my property.  We raised meat birds and pigs, which filled our freezer. This year as well as raising meat, my canning cupboard has been filled with local, unsprayed produce and my own food.  My two freezers and extra fridge are stuffed full of meat, fruit and vegetables produced on my property.  Full to the point of considering buying another freezer.

Canning Shelves 2014b watermarked
If sustainable living is partly defined as reducing your carbon footprint by altering your diet to include mostly food produced on your own property, then I think we are pretty well covered.  Most grocery stores in my area are filled with fruit and vegetables brought in from California or further.  The carbon footprint to bring that food to Canada is huge.  My carbon footprint is tiny in comparison.

Kidney beans in a jar watermarked

Actually, my big discovery as to WHY I could never be a strict vegetarian (ie. vegan) occurred this fall.  I discovered that I can’t reasonably grow enough protein on my own property to supply my family of 5 without raising meat.   I grew kidney beans from my own seeds from last year.  I expected to grow enough to have a year’s supply.  I planted them in a section of my garden that was about 6 feet by 8 feet.  The plants grew and produced.  I allowed them to dry out on the bushes and I collected them to dry further in the house.  Then I shelled them and put them in a jar.  My total of beans for the year, from that size of space, was a 1 L jar full of kidney beans (as seen pictured above).  Now, I am not sure how many meals that would provide for my family but it isn’t very many.  Of course, I could have grown a larger field of beans.  In fact I could have grown an acre of beans and finally had enough to supply my family with enough protein to feed them.  If they didn’t understandably kill me first after feeding them only beans for the year.   I don’t actually own enough land to grow an acre of beans, but you get my point.

Now I see nothing wrong with living on beans.  Or lentils, or quinoa, or nuts, or any of a variety of these protein-high products, especially if they were grown in your garden or locally.  But in comparison, the amount of land I would need to grow enough protein to supply my family, when compared to raising meat is incomparable.  In fact I don’t truly believe I would be able to grow and harvest enough vegetables and grains on my 1.9 acres of land, most of which is forested, to provide my family with a balanced diet.  In Canada we have a smaller growing season, a cooler climate, and we are limited to how much protein we can grow.  I don’t even know where I could supply myself locally with enough non-animal protein for the year, from other farmers.  Lentils and quinoa, dried beans and nuts are just not grown here very much, because they require space, commercial harvesting techniques and equipment, and longer, hotter growing seasons to be even remotely efficient.

I can, however, provide meat for my family which in turn provides protein.  Lots of it.  So a zero mile diet, complete with lots of fruit and vegetables, and some meat, is doable.  And we are doing it.  Our chickens are free ranged and fed GMO-free feed.  Our pigs are fed exclusively on scavenged and organic bread, whey and vegetables.  Our goats provide us milk.  Our bees provide us honey.  Our garden provides us with lots of vegetables and fruit.  We source Canadian organic wheat berries to grind for bread.  We eat well, our animals are happy, and we know where our food comes from.  Right here in our back yard.

I live in Ontario, Canada and during the winter the only local vegan foods left to eat are frozen berries, carrots, potatoes, squash, parsnips, turnips, yams and other root vegetables. Sustaining on those foods all winter would be impossible.  So you start importing coconut oil, gojis, cacao, maca, avocados, green salads, etc.  I realized that driving half a mile down the road to buy some eggs is a better option ecologically than buying all these expensive imported “superfoods.”  And when you do the research, the pastured, local egg has more nutrition than any of the superfoods I was paying 10 or 20X more for.  So after awhile I felt pretty counterproductive and hypocritical in my vegan stance.  -from Interview With an Ex-Vegan: Kaleigh Mason, an 8 year vegan.

There are lots of different arguments on both sides of the coin.  And there are lots of different reasons for eating the way we do.  And I respect (almost) everyone’s decision.  I have found studies that show the world can live entirely on a vegan diet.  I have found studies that show that we can’t.  I have found articles calling vegetarians hypocrites for eating plants because they are alive too.  I have found articles condemning meat eaters because they are taking a life.  I certainly can’t solve the world’s hunger issues, neither can I solve climate change or any other environmental issue.  But I can make a difference by sourcing my food sustainably, and teaching others how to do so themselves.  And before you tear a strip off me for not being green, I challenge you to take a good long look at your own food sources.

It’s not that vegans are right and vegetarians are wrong, or vegetarians are right and omnivores are wrong, or omnivores are right and carnivores are wrong – it’s about where we each choose to draw our line. Better still, to return to the arrogant view that ‘man’ thinks he is at the top of a food chain, Keith concluded “I’m not going to draw a line. I’m going to draw a circle.” We are part of the circle of life, just as any other animal is. They and we need to live and die to give back to the land, so that birth and death can continue. – The Vegetarian Myth

If you are not eating meat because you don’t think animals should be killed, that is your choice.  If you don’t eat meat because you don’t like how commercial meat is produced, and can’t raise it yourself, I applaud you.  If you choose to eat meat and source it sustainably, fantastic.  If you eat meat produced commercially in large factories where animals suffer horribly, may you learn something.  If you eat meat but don’t think you could ever kill an animal for meat, let me teach you.  Just PLEASE don’t be that person who just told me today that she feels sorry for the chickens, thinks she should be vegetarian, and then goes home and cooks up a commercially produced chicken that she didn’t have to see when it was alive.  That is too hypocritical for me.

So back to the beans.  I will continue to grow them and use them as an alternate source of protein but they will go hand in hand with the meat, dairy, eggs, vegetables and fruit I grow to provide my family with an adequate supply of healthy, low carbon footprint food.

More reading:

Interview With An Ex-Vegan

The Vegan Myth

Fertile Soil Needs Animal Agriculture: Joel Salatin on Integrated Farming.

http://myhealthygreenfamily.com/blog/wordpress/why-i-am-not-vegetarian/


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La rivolta al mercato del contadino

Banco Pecorino

di Marco Appiotti

Sabato mattina (12 ottobre) al “Mercato del Contadino” di Reggio Emilia è successo qualcosa fuori dall’ordinario. Uno spontaneo e deciso atto di solidarietà di chi faceva la spesa – che in molti ancora si ostinano a chiamare consumatori – nei confronti dei piccoli produttori locali che ogni settimana animano il mercato istituito dal comune dal 2009.

I fatti

Alcuni ispettori della locale Ausl si presentano nell’affollata piazza Fontanesi dove si svolge il mercato per effettuare i controlli sul rispetto delle norme igienico-sanitarie. Appellandosi a una direttiva che vieta il normale porzionamento di formaggi e salumi (ma anche il taglio delle verdure) e che prescrive la vendita solo di confezionato, sequestrano diversi prodotti e rilasciano alcuni verbali. Era già successo che fossero state rilevate infrazioni e comminate sanzioni per altri motivi senza che nulla accadesse. Ma stavolta gli acquirenti quando capiscono la situazione prendono le difese dei produttori, alzano la voce e in pratica obbligano i funzionari ad allontanarsi.

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La Circolare

Il divieto entrato in vigore da meno di un mese è parte di una circolare concordata con le associazioni di categoria che i produttori (in special modo gli allevatori e i pastori) ritengono iniqua, per la complicazione di gestione, per i costi del confezionamento e per la produzione di packaging superfluo. Ma soprattutto perchè significherebbe essere assimilati ai banchi a libero servizio eliminando così uno dei motivi per cui questo tipi di mercato sono stati istituiti: la relazione diretta produttore-acquirente fatta di assaggi, porzionamenti a richiesta, ma anche la semplice esperienza olfattiva.

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Tobia è un pastore dell’appennino che ogni sabato “scende” in piazza per vendere yogurt e formaggi di pecora di propria produzione: “Mi preme sottolineare che lavoro non solo con passione, ma nel pieno rispetto delle normative sia in azienda, sia per il trasporto, sia al mercato dice. L’adeguamento, per lui e a per altri produttori, ha avuto costi che si misurano in migliaia di euro. Ma se “è giusto far le cose in regola, per la tutela di chi mangia il mio formaggio e per la mia azienda” è inaccettabile che siano imposte regolamentazioni “che di fattoostacolano inevitabilmente la vendita, pur sapendo di seguire le disposizioni previste per negozi e supermercati – aggiunge – Sono un piccole imprenditore, ho sempre cercato un rapporto costruttivo con le amministrazioni e le Ausl e cercherò il dialogo anche questa volta, ma lotterò perchè il divieto venga rimosso” conclude Tobia. E intanto propone un incontro durante il prossimo mercato per informare i cittadini sulle buone pratiche che lui e altri vogliono continuare a seguire.

La reazione

L’accaduto viene rilanciato sulla pagina Facebook del Distretto di Economia Solidale di Reggio Emilia – impegnato da un poco più di un anno nella non facile costruzione di una rete di economie rispettose del territorio e delle persone coinvolte – e più tardi dai media locali. Lo sdegno e la solidarietà per i produttori, già manifestata al mercato, non tarda a farsi sentire anche online. Segno questo, al di là di toni polemici in alcuni casi eccessivi, di una consapevolezza diffusa riguardo al valore delle piccole produzioni alimentari locali. Tra i commenti più creativi qualcuno propone di raccontare le storie dei produttori, altri dimunirsi di dichiarazione per accollarsi la responsabilità dell’acquisto porzionato.

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Le persone

Al di là del caso reggiano sembra evidente un certo smarrimento del legislatore (italiano ma anche europeo) nell’interpretazione dell’attuale complessità: dietro lo scudo della “tutela dei consumatori” le regolamentazioni vengono uniformate, senza la capacità di distinguo necessari a favorire il moltiplicarsi di microimprese di qualità e la relativa redistribuzione del reddito. E senza prendere in considerazione una grande risorsa: le persone.Ipotesi che rimanda a una grande sfida, cioè la possibilità di intraprendere percorsi partecipati e condivisi che sappiano coinvolgere non solo le associazioni di categoria ma anche coloro che si intende tutelare. Non sono percorsi facili nè scontati, ma esistono chiari esempi come quello che si è concluso lo scorso luglio con l’approvazione della Legge regionale per l’Economia Solidale della Regione Emilia-Romagna.

http://comune-info.net/2014/10/mercato/?utm_content=buffer7bd56&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer


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L’ALTRA SPESA È DIVENTATA GRANDE

Da 20 anni i Gas comprano direttamente da agricoltori e allevatori biologici del territorio. Sono attenti al prezzo del cibo, ma anche alla sua qualità e a come è stato prodotto. Nati nel 1994 per iniziativa di un gruppo di idealisti, oggi i Gruppi d’acquisto solidale, con un giro d’affari da 90 milioni l’anno, coinvolgono circa mezzo milione di persone. Cifre che hanno costretto anche la grande distribuzione a fare i conti con i loro valori

di ALESSANDRO CECIONI e MONICA RUBINO, con un commento di CARLO PETRINI, video di GIORGIO RUTA

Vent’anni di rivoluzione in tavoladi MONICA RUBINO
ROMA – Tutto è iniziato nel 1994, quando un gruppo di famiglie di Fidenza si è organizzato per acquistare insieme prodotti biologici direttamente dal produttore. Era il nucleo del primo Gas, Gruppo di acquisto solidale, ufficializzato poi due anni dopo, “con quella S finale che segna l’inizio di una nuova azione collettiva che con la spesa promuove un altro modello di sviluppo”, come spiegano Michele Bernelli e Giancarlo Marini in L’altra spesa, il testo base d’obbligo per chi voglia capire l’essenza di questo mondo complesso e in continua evoluzione.

Da quel gruppo pioniere siamo arrivati oggi a milioni di persone coinvolte. Solo due anni fa un’analisi Coldiretti/Censis evidenziava come i Gruppi solidali di acquisto intesi nel senso più ampio “siano  diventati un fenomeno di rilievo che ha contagiato il 18,6% degli italiani. Quasi 2,7 milioni di persone fanno la spesa con questo sistema in modo regolare”. “In alcuni casi – sottolinea la Coldiretti – ci si limita solamente al cosiddetto ‘carpooling della spesa’ con i partecipanti che di fronte al caro benzina si mettono in auto insieme per dividere i costi e andare a fare la spesa nei punti più convenienti, dalle aziende agricole ai mercati degli agricoltori, dai mercati all’ingrosso agli ipermercati, fino ai discount”.

Un altro censimento necessariamente approssimativo, probabilmente per difetto, stima che di Gas veri e propri nel Paese ne esistono almeno mille, per un totale di circa 50mila famiglie coinvolte. Una crescita che nell’ultimo decennio ha fatto registrare un robusto +40%). Rete Gas, il principale coordinamento dei gruppi esistenti, ne conta da sola 979 (circa 200.000 persone), ma ritiene che ce ne siano il doppio, non solo perché molti non si sono ancora presi la briga di segnalarsi, ma anche perché, a volte, il censimento registra solo la coordinazione locale di più gruppi contigui. Si concentrano ancora soprattutto al Centronord, anche se buoni esempi al Sud non mancano (in Sicilia si contano 15 gruppi, in Sardegna 8).

Successo numerico dunque, ma anche un crescente peso economico. Il sociologo Thomas Regazzola cita una ricerca universitaria pubblicata su Agriregionieuropa (anno 7 n°27, p. 80), dove si stima che ciascuno dei 90 Gas conosciuti di Roma avrebbe un fatturato annuo di 33.600 euro, cioè un flusso globale di 3 milioni all’anno. Un altro studio sulla provincia di Bergamo arriva alla conclusione che, rivolgendosi al sistema alternativo di “piccola distribuzione”, i 60 Gas locali danno un contributo all’agricoltura contadina rispettosa dell’ambiente pari a 5 milioni di euro all’anno. Da parte sua, la struttura nazionale di coordinamento valuta la spesa familiare media, all’interno di un Gas, pari a 2mila euro ogni anno e stima che il fatturato dei gruppi locali superi, globalmente, i 90 milioni.

Ma più dei numeri imponenti e dell’impatto economico di tutto rispetto che il proliferare dei Gas è riuscito ad ottenere in questi primi 20 anni, il risultato forse più duraturo e sorprendente è stato quello di aver saputo trasformare una bella esperienza da idealisti in mainstream, di essere riuscito ad imporre il marchio del km zero, pur con tutte le sue ambiguità, come un valore aggiunto, costringendo la grande distribuzione, non da ultima la Coop, spinta anche dall’onda lunga dei Gas, a documentare online in maniera dettagliata la filiera dei prodotti presenti sui suoi scaffali. In breve ad adattarsi. Un vasto indotto, dai Farmers Market alle esperienze di “confine” come La Zolla di Roma, ha poi tratto beneficio dalla battaglia culturale iniziata 20 anni fa quando il primo gruppo di acquisto solidale creato da un pugno di famiglie di Fidenza di giorno va in giro a bussare alla porta dei piccoli produttori agricoli della zona e di sera, attorno a un tavolo, definisce i criteri su cui fondare la propria  attività.

Il gruppo mette così su carta le prassi appena sperimentate, nascono i principi fondamentali che diventeranno comuni a ogni gruppo: la partecipazione attiva di tutti i soci, le filiere corte, l’incontro diretto tra produttore e consumatore. “Non ricordo come – racconta Mauro Serventi, uno dei protagonisti di quella esperienza – ma i tre aggettivi che orientano l’azione dei Gas,  piccolo, locale e  solidale, sono venuti a galla un po’ così, ragionando sulle nostre pratiche spontanee”.

Un importante salto di qualità si registra nel 1998, quando si svolge il primo incontro nazionale e si gettano le fondamenta per la carta costituzionale dei Gas, il “Documento base”, approvato l’anno successivo e basato sui principi chiave elaborati dai “fondatori” di Fidenza. Intanto i Gas, dal congresso del 2005, cominciano a parlare di grandi numeri. Nello stesso anno si supera quota 200 gruppi. Lo Stato si  accorge di loro e cerca di fissarne i contorni nella Finanziaria del 2008, definendoli “Soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi, senza applicazione di alcun incarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche, di solidarietà e di sostenibilità ambientale, in diretta attuazione degli scopi istituzionali e con esclusione di attività di somministrazione e di vendita”.

La marea montante del movimento, così spontanea e capillare, è in realtà difficile da imbrigliare in definizioni e regolamenti. La prima e più banale classificazione è quella in micro e macro, che riguarda l’ampiezza dei gruppi. “La tendenza prevalente è quella di chiudere il numero a 25-30 nuclei familiari”, dice  Paolo Menchini, del Gas Massa. Sono rarissimi i gruppi che superano i 100 nuclei aderenti. Ma in questa galassia c’è posto anche per l’ipertrofia che ha assunto il “Rigas” di Rimini: 100 famiglie nel 2005, 450 nel 2007, fino alle diverse migliaia di oggi. Man mano che il Gas cresce vengono attivati nuovi punti di ritiro dei prodotti, in pratica dei sotto-gas. I produttori hanno a che fare con oltre 40 referenti.

I gas in cifre

2000 circa tanti sono i Gas in Italia
400.000 circa sono le persone coinvolte stabilmente
+40% la crescita di Gas nell’ultimo decennio
90.000.000 €/anno il fatturato complessivo dei gruppi italiani
33.600 €/anno è il fatturato annuo di ogni Gas romano
2000 €/anno la spesa familiare media in un Gas
fonte: Rete Gas

Il Rigas è certo un modello distante dal principio del “piccolo è bello”. Ma l’unione fa la forza e nella sua carica di aggregazione può parlare da pari a pari con i poteri forti della politica locale e sviluppare progetti da grandi numeri che fuoriescono dal limitato ambito dell’agro-alimentare per sconfinare in altri settori decisamente più impegnativi: sono nate esperienze di coproduzione per proteggere la biodiversità, il paniere si è allargato ad abbigliamento e servizi come la telefonia e le energie alternative (grazie ai Gaf per l’acquisto di pannelli fotovoltaici), si progettano i Des, i Distretti di economia solidale, dove far confluire tutte le realtà di consumo critico sul territorio. E c’è anche chi ha messo in cantiere i Gat, con l’obiettivo ambizioso di comprare terreni su cui far crescere i prodotti del Gas.

Ogni volta che compri, voti. È questo il filo che lega insieme le diverse pratiche di consumo critico. Come già accennato, a rendere unica questa esperienza tutta italiana, che ha le sue radici nell’associazionismo, è quella S finale che mette la solidarietà prima di tutto, anche del risparmio. Solidarietà con i fornitori e con i piccoli produttori biologici strozzati dai grossisti, ma anche all’interno del gruppo, dove ci si dividono compiti e organizzazione. È un movimento cresciuto fuori dai modelli tradizionali, senza una struttura decisionale accentrata, ma che in rete si scambia idee e suggerimenti, lancia progetti e affronta le contraddizioni.

In questi primi venti anni di vita “l’altra spesa” dei Gas è cresciuta. Ma bisogna sfatare alcune false leggende. Le riunioni dei Gas possono trasformarsi a volte in sedute più tese e logoranti di quelle di un condominio. Inoltre i gruppi non sono cenacoli di gastronomi in cerca di prelibatezze, ma gruppi di persone normali che nella vita di ogni giorno vogliono mangiare, vestirsi, pulire la casa meglio e in modo più equo. Acquistano direttamente dal produttore, perlopiù a chilometri zero, e accorciano la filiera, riducendo all’osso gli intermediari. Non per questo sono pauperisti, ma vogliono promuovere la riconversione di un modello economico distorto, irrazionale e spesso sprecone.

Se la platea sempre più ampia ha in parte annacquato la purezza degli ideali, nella sua composizione più genuina i Gas non sono gruppi di risparmio a caccia di saldi e convenienze: si guarda al costo solo dopo aver guardato a tutto il resto. Il prezzo di un prodotto deve essere prima di tutto pulito, giusto, trasparente. Non vogliono far politica, dicono. Ma la fanno tutti i giorni usando il potere della spesa. Si definiscono “consum-attori”, nel senso che non subiscono i consumi ma ne diventano i protagonisti grazie a scelte precise.

Orgogliosi della loro identità fluida, anche i Gas oggi si trovano a dover fronteggiare la crisi economica e cercano nuove forme di organizzazione. Se ne è parlato in un convegno che si è tenuto a giugno a Collecchio, organizzato proprio in occasione del loro ventennale. Il titolo scelto è emblematico: “Il colpo d’ali”. Quali sono dunque le strade nuove da percorrere? “Il tema emerso – ci spiega ancora Serventi, storico ‘gasista’ di Fidenza – è la presa di coscienza che il nostro è sì un mondo dinamico, ma troppo frastagliato. Quello che manca è un soggetto di sintesi, che permetta all’economia solidale di integrarsi in maniera omogenea con il territorio. Ma una soluzione l’abbiamo trovata – continua Serventi – Il prossimo 18 ottobre a Parma apriremo il ‘Tavolo della Rete di economia solidale’, al quale parteciperanno tutti i soggetti attivi in questo tipo di economia alternativa. Sarà un organismo che avrà il compito di coordinare i singoli progetti e rappresentare l’economia sociale e solidale in maniera unitaria”. E il 23 luglio scorso la Regione Emilia Romagna ha approvato una legge per tutelare lo sviluppo dell’economia solidale, la numero 19 del 2014. Al comma 4 dell’articolo 1 vengono indicati gli elementi su cui si sviluppa l’economia solidale, è il riconoscimento ufficiale dei principi che venti anni fa ispirarono la nascita dei Gas.

Una battaglia di civiltà
di CARLO PETRINI

Vent’anni di Gas dimostrano che un altro sistema di distribuzione del cibo è possibile. Ci fanno capire come ampie fasce della popolazione italiana (ma possiamo ben dire mondiale, se consideriamo esperienze analoghe – ma non uguali – come le Amap francesi o le Csa statunitensi) desiderino accorciare la distanza, fisica ed empatica, che li separa dai luoghi di produzione del proprio nutrimento.

Una distanza che, se è troppa, comporta svantaggi per sé, per la propria famiglia, per la propria comunità, per l’ambiente e per i produttori stessi. Sembra l’uovo di colombo: unirsi per risparmiare in emissioni, risparmiare denaro, procurarsi ingredienti freschi, di stagione, di provenienza certa e verificabile. Eppure da molti questa possibilità è ancora percepita come un esperimento appartenente al mondo degli “alternativi”, magari un po’ radical chic, magari un po’ troppo fissati con il cibo.

Chi ha già sperimentato l’acquisto diretto presso i contadini – tramite i Gas o recandosi in azienda, al mercato dove ci sono o in altri modi perché le possibilità sono davvero tante oggi – però sa che la cosa funziona molto bene e rende tutti soddisfatti. Chi si è avvicinato a questo mondo sa che non ci sono fasce di popolazione particolari che lo sperimentano: la cosa oggi coinvolge a tutti i livelli, anche insospettabili.

Forse saranno meno contenti del successo di questa diffusione coloro che organizzano forme di distribuzione più centralizzate e omologanti, ma il fatto stesso che negli ultimi vent’anni la proposta nei supermercati o centri commerciali sia in parte (o molto) mutata in favore dei prodotti locali, con una più chiara dichiarazione di origine, attraverso nuove linee che vanno incontro a queste esigenze dei consumatori, è li a dimostrare che i nostri acquisti hanno un potere pesantissimo e che alla lunga sono davvero in grado di cambiare dei sistemi che a prima vista paiono incrollabili.

Ho usato la parola consumatori: ho fatto male. È brutta e ha una connotazione fortemente passiva, che riguarda sia il ruolo di chi compra quanto il “consumo” di ambiente e risorse connessi ad acquisti disinformati e poco sostenibili. Da tempo propongo di sostituire la parola con “co-produttori” (c’è anche chi propone consumattori o altro), ma non è una mera questione semantica: diventare co-produttori significa trasformarsi concretamente in soggetti attivi che esercitano tutto il loro “potere della spesa” attraverso l’educazione, l’informazione e infine le proprie scelte; in cittadini consci che mangiare deve essere l’atto ultimo di un lungo processo di produzione-distribuzione virtuoso che non si appoggia e prolifera speculando sulle distanze tra i suoi terminali, ma li avvicina per formare una rete unita nel perseguire obiettivi di sostenibilità, qualità, giustizia. E questo significa cambiare prima se stessi: ecco cos’hanno fatto per vent’anni gli aderenti ai Gas e tutti quelli che con loro condividono questa battaglia di civiltà, anche in altri modi, diversi e creativi, e che sarà dura contrastare nel suo lento ma sicuro incedere.

“Modello da seguire anche per noi della Coop”di ALESSANDRO CECIONI

ROMA – Claudio Mazzini è il responsabile sostenibilità di Coop Italia. Coop è marchio leader nella grande distribuzione organizzata italiana con il 15,3% del mercato davanti a Conad e Selex. Ha un fatturato di 12,7 miliardi di euro, mille e duecento punti di vendita e 54mila 700 addetti. È presente capillarmente sul territorio dal nord al sud del Paese ed è anche una rete di imprese che appartiene a oltre 8 milioni di soci, in crescita del 3,4% rispetto al 2012.
Venti anni fa sono nati i Gruppi di acquisto solidale. Sembravano un’utopia oggi sono diffusi in tutto il Paese e la loro filosofia di acquisto ha fatto breccia. Ne siete stati influenzati anche voi come grande distribuzione?
“Le posso fare una battuta? Noi siamo il più grande Gas d’Italia con milioni di soci. Certi connotati dei Gruppi di acquisto, la filosofia di fondo, i valori, sono gli stessi nostri valori. Anche noi abbiamo un codice per la scelta del produttore, anche noi cerchiamo di favorire il commercio equo e solidale. Lo sviluppo dei Gas non può che farci piacere, perché la diffusione di questi valori così diventa sempre più ampia, capillare”.

Insomma quale è stato l’impatto della diffusione dei Gruppi di acquisto?
“Quella dei Gas è un’esperienza importante, di grande stimolo per noi. Il fenomeno in questi anni si è sviluppato ed è cresciuto molto, anche se, a quanto risulta, numeri ufficiali non ce ne sono. Difficile dire quale sia stato l’impatto reale sull’economia. Certo c’è stato un impatto sulla consapevolezza dell’acquisto, sui comportamenti etici. Le iniziative dello scorso anno sulla produzione di agrumi hanno spinto a una verifica sul campo anche se era un settore che stavamo monitorando dal 2009 come dal 2005 operiamo un controllo diretto sulle aziende che producono pomodori. Noi l’attività dei Gruppi di acquisto solidale la seguiamo con attenzione perché è il nostro compito di guardarci attorno, e se è il caso copiare o reinventare. Inoltre il fatto che i Gas seguano principi e regole che sono simili alle nostre è per noi motivo di orgoglio”.

La filosofia di fondo è la stessa?

“La filosofia di base è mettersi insieme per ottenere le migliori condizioni. È la ricerca di un prodotto che sia etico, buono, conveniente. I prodotti a marchio Coop devono contenere valori che non sono negoziabili e sono fonfamentali. Per questo dico che la filosofia dei Gas ci assomiglia molto”.

Negli anni si è venuti a parlare sempre di più di “chilometro zero” è merito dei Gas?
“Chilometro zero è uno slogan di una importante associazione di agricoltori. Io dico che più che chilometro zero bisogna guardare a chilometro vero. Il gioco di parole sta per la vera questione: accorciare la filiera il più possibile. I Gas, come noi, possono anche distribuire ai soci prodotti che vengono da lontanissimo, che so i clementini dalla Calabria, ma l’accorciamento della filiera fa sì che il prodotto sia di qualità e remunerativo per chi compra e chi produce. Perché il rischio è che i produttori, schiacciati dalla filiera lunga, smettano di produrre”.

Nei Gas conta molto il legame con la stagionalità.
“Ecco questo è l’altro punto in cui noi e i Gruppi di acquisto ci avviciniamo. L’educazione al consumo: frutta e verdura vanno mangiati quando è il loro momento, la loro stagione. Hanno anche un sapore diverso. E questo non dipende tanto dal fatto che siano coltivati vicino a te, quanto che siano accessibili direttamente. Io abito a Bologna, dovessi nutrirmi solo con quello che è coltivato vicino a me in certi periodi dell’anno avrei una dieta molto semplificata. Ma l’importante è che arrivino sulla mia tavola prodotti che sono di stagione in Italia, con l’accorciamento della filiera su ortofrutta e carni questo accade. E il risultato è mangiare prodotti più sani e anche più buoni. D’altra parte chiunque sia stato nei paesi tropicali sa che c’è una bella differenza fra i frutti mangiati dove vengono coltivati e quelli che arrivano da noi, fatti maturare nei container”.

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/10/09/news/20_anni_di_gas-96149008/